L’angelo di Monteverde

L’Angelo di Monteverde (o Angelo della Resurrezione), scolpito per la tomba della famiglia Oneto al cimitero monumentale di Staglieno, rappresenta, per lo scultore, una vera e propria posizione di cesura dal punto di vista storico–artistico nel passaggio da una visione positivistica della morte, che trova nel realismo la sua traduzione iconografica più confacente, verso una visione spiritualizzante incanalata ormai nella atmosfera del decadentismo simbolista.

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Cimitero Monumentale di Staglieno

Il 16 agosto del 1925 il piccolo Italino di 5 anni, sorvegliato a vista dal padre, giocava in un parco pubblico, Donatello, il papà di Italino, era a breve distanza intento a guardarlo.
Ad un tratto, il cerchio rotolando col quale stava giocando il bimbo, urtò la gamba di un uomo che impassibile cominciò a fissare il bambino.
L’uomo improvvisamente afferrò il piccolo e, prima che il papà di Italino potesse intervenire, lo scaraventò giù dalle mura che delimitavano il parco da un’altezza di 15 metri, per poi darsi alla fuga.
L’uomo di nome Ludovico, affetto da disturbi mentali e ricoverato in precedenza in un manicomio, venne inseguito e raggiunto da alcune persone presenti alla scena, i quali cominciarono a massacrarlo di botte e fu salvato solo grazie all’intervento di alcune guardie.
Italino invece fu trasportato d’urgenza in Ospedale, ma le fratture riportate lasciavano poche speranze, infatti quella stessa notte morì esalando l’ultimo respiro in presenza del padre ormai straziato dal dolore.

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In memoria del piccolo Italino fu eretta una lapide che ritrae il bambino intento a giocare con il suo cerchio, mentre alle sue spalle dalla terra, affiorano le mani del suo assassino.

In questa tomba sono sepolti anche il papà morto nel 1976 e la mamma morta dandolo alla luce.

Profumo Filippo

Cimitero Monumentale di Staglieno

Scultore Moreno Giacomo

Giacomo Moreno nasce a Ceriale il 4 dicembre 1832 da Pietro e Chiara Bevilacqua, modesti agricoltori.
Dimostra ben presto attitudine alle arti figurative.
Lo scopre Giovanni Bornia di Garessio, che frequentava il territorio cerialese per battute di caccia, guidate da Pietro Moreno assoldato come capocaccia.
Il Bornia lo iscrive a sue spese all’Accademia Ligustica, ma presto si ammala e muore: Giacomo rimane privo di risorse e di appoggio, anche perchè i genitori, dopo un iniziale sostegno, non hanno più la possibilità di aiutarlo.
Per continuare gli studi vive a Genova in condizioni di estrema povertà sino al 1859, quando comincia a guadagnare con i suoi lavori.
Apre finalmente uno studio in via dell’Edera.
Conosciuto in America del Sud, riceve l’incarico di scolpire 13 grandi statue per l’Ospedale San Bonaventura di Buenos Aires. In parallelo all’ attività nazionale, lavora per l’Uruguay, il Brasile, la Grecia, il Cile, la Russia. Si afferma nell’ arte funeraria con opere in Genova e nelle Riviere.
Nominato Cavaliere della Corona d’Italia neI 1897, muore nella sua villa il 25 giugno 1910.

Le opere a Staglieno: Tomba Bernardo Figari (1882) Tomba Lagorio Serra (1883) Tomba Gallino e Ratto (1894) Tomba Grondona Borzino (1880) Tomba Badaracco (1878) Tomba Amerigo (1890) Tomba Piccollo (1891) Tomba De Barbieri (1887) Tomba Croce (1889) Tomba Profumo (1889) Cippo Manfroni Ricci e altri.

Palazzo Spinola di Pellicceria (parte III)

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L’edificio possiede i caratteri propri dei palazzi genovesi tardo cinquecenteschi, riconoscibili nel sistema atrio-scala, nel cortile interno e nel loggiato.

Alla maestosità dell’impianto architettonico si affianca lo splendore dei vani interni: di grande interesse sono le volte affrescate dei saloni, in particolare al primo piano La città di Lisbona assediata dall’esercito del duca d’Alba e, al secondo piano Trionfo di Renato Grimaldi e Imprese per l’espugnazione della città di Zierikzee opere di Lazzaro Tavarone, oltre ad altri contributi di Lorenzo De Ferrari.

Esemplare, come documento storico del gusto, la vasta quadreria di autori vari, tra cui Luca Cambiaso, Bernardo Castello, Bernardo Strozzi.

Lungo lo scalone, nel “mezzanino” è situata la cucina che mantiene l’aspetto che aveva all’inizio dell’Ottocento.
Il primo spazio (la “stanza della pasta”) introduce alla suggestiva cucina storica (la “stanza dei fuochi”).
La grossa ruota sulla parete destra veniva utilizzata per azionare il montacarichi che serviva a far salire il cibo nella soprastante sala da pranzo al secondo piano.

Palazzo Spinola di Pellicceria (parte II)

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Il palazzo Spinola di Pellicceria o palazzo Francesco Grimaldi è un edificio sito in piazza di Pellicceria al civico 1 nel centro storico di Genova, inserito il 13 luglio del 2006 nella lista tra i 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova divenuti in tale data Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

All’interno ospita la Galleria nazionale di palazzo Spinola.
Realizzato per volontà di Francesco Grimaldi nel 1593, viene subito inserito nei rolli e citato nella edizione rubensiana.
Si affaccia sulla piazza di Pellicceria, pur conservando l’antico accesso sulla piazza inferiore di Pellicceria.

Il palazzo ospita la famiglia Grimaldi fino al 1641, anno in cui viene ceduto ad Ansaldo Pallavicini (rollo del 1664) per sanare un debito.
Unica compravendita nella storia del manufatto, caratterizzata da passaggi ereditari ininterrotti, dai Pallavicino ai Doria e infine agli Spinola agli inizi del XVIII secolo.
Nel 1958 viene donato dai marchesi Spinola allo Stato italiano e attualmente ospita la Galleria nazionale di palazzo Spinola.

Palazzo Spinola di Pellicceria (parte I)

La Galleria Nazionale di Palazzo Spinola ha sede nello storico palazzo di Piazza Pellicceria.
L’edificio fu costruito nel 1593 per volontà di Francesco Grimaldi su preesistenze medioevali.
Il museo nasce con la quadreria, gli arredi, le ceramiche, gli argenti, i libri e le incisioni che i marchesi Paolo e Franco Spinola donarono nel 1958 allo Stato italiano insieme al secolare palazzo di famiglia di cui questo costituiva il patrimonio.
Vincolo della donazione era il mantenimento dell’aspetto di dimora che lo caratterizzava ad esclusione degli ultimi due piani.


Qui, consapevoli che i danni della guerra avevano cancellato l’aspetto storico e quindi tale vincolo non aveva presupposti, suggerirono la sistemazione di un museo diverso, la Galleria Nazionale della Liguria.
Questa parte del palazzo è stata aperta nel 1993 per presentare al pubblico il nucleo delle opere che oggi arricchiscono il patrimonio del museo costituito dalle acquisizioni dello Stato rivolte a incrementare, in modo complementare, la donazione Spinola.

Chiesa di San Pietro in Banchi (Genova)

Venne fondata nell’anno 862 , da certo Agostino, chierico, che ne fece donazione ai Monaci Benedettini dell’abbazia di S. Colombano di Bobbio.

La chiesa, che allora veniva chiamata S. Pietro della Porta, dalla vicina Porta di Banchi, passò nel 1125 alla Cattedrale divenendo nel 1348 parrocchia e collegiata col titolo di prepositura.
Riparata alla meglio dopo l’incendio del 1398, vi si officiò fin verso la fine del sec. XV, dopo di chè venne soppressa definitivamente. Sulla stessa area fu costruito il palazzo del Doge Giannotto Lomellini.
In seguito alla peste che flagellò Genova nel 1579 si decise, per pubblico voto espresso durante l’epidemia, la costruzione di una nuova chiesa.
Il palazzo, ceduto dai Lomellini, venne demolito soltanto nei piani superiori e l’architetto Taddeo Carlone progettò una costruzione sul piano rimasto del palazzo, circondandolo con una balaustrata in marmo.

Singolare fu anche la posa della prima pietra: un vaso colmo d’olio, in cui venne immersa una lastra di bronzo con incisi i nomi del Doge Gerolamo de Franchi e di tre Commissari deputati del Senato, venne murato nella porta della chiesa.
Si iniziarono i lavori nel 1583 sotto la direzione dello stesso Carlone e di un suo allievo, Daniele Casella che portò a termine l’opera dopo la morte del maestro.
La facciata é formata da un vestibolo a tre arcate nel quale G. B. Baiardo affrescò due medaglioni con Santi.
L’interno, composto di una sola navata con cupola ottagonale, è adorno di stucchi eseguiti da Marcello Sparzo e Raffaele Storace.
Nei pieducci della cupola Paolo Gerolamo Piola esegui i suoi primi dipinti: i quattro Evangelisti.

Le statue in marmo, poste nelle cappelle laterali sono opera del Carlone e del Casella.
Nella prima cappella a destra vi sono affreschi di Giuseppe Isola e un Crocifisso attribuito al Bissone.
Nella seconda un quadro di Benedetto Brandimarte con la decollazione di S.Giovanni Battista.
Nella prima cappella a sinistra, quella dell’Immacolata, la volta fu affrescata con storie della Vergine da Gio Andrea Ansaldo; una tela, “l’immacolata” di A. Semino. Nella seconda affreschi dei fratelli Calvi e Presepio di G. B. Paggi.
Nel Coro una tela con San Pietro Apostolo di Cesare Corte.